La costruzione del Vero Sé

Scoprire il Nostro vero sè non è facile come si pensa!

Oggi sembra tutto cosi semplice, abbiamo dimezzato, accorciato, rielaborato, addirittura abolito, alcuni, a mio avviso, passaggi necessari con risultati che hanno creato confusione e smarrimento.

Piu’ siamo smarriti e piu’ veniamo catturati da percorsi, a volte superficiali, che riescono comunque a smuovere questioni nevrotiche e i Meccanismi operativi interni, senza pero’ avere  i giusti strumenti per gestirli.

Winnicott utilizza il concetto di Vero Sé e Falso Sé per spiegare come può avvenire la costruzione della propria identità.

Il Vero Sé contiene il senso di Sé stessi, di poter essere se stessi, creativi e spontanei. A questo  appartiene la percezione di una continuità della propria esistenza.

Winnicott (1971), in Esplorazioni psicoanalitiche: “L’uso di un oggetto”, spiega come in

ciascuna persona, c’è un elemento segregato e questo è sacro ed estremamente degno di essere preservato.  Il Vero Sé è la spontaneità originaria della persona, l’essere creativi e sentirsi individui  a pieno titolo.

Essere individui, significa esistere anche indipendentemente da ciò che è fuori di noi. Se il nostro sentirci vivi dipende esclusivamente da ciò che è fuori di noi, mancando questo cessa anche la sensazione di sentirci vivi.

Il sentirsi individui, di cui parla Winnicott, allude proprio al sentirsi vivi anche quando ciò che proviene dall’esterno è precario o assente.

Il senso di inutilità o di non esistenza che a volte sentiamo provengono dal  Falso Sé. Quando per sentirci individui, falsamente diveniamo accondiscendenti ai bisogni e desideri altrui, invece che ai nostri.

Donald Winnicott, in Sviluppo affettivo e ambiente- 1965, parla di modalità patologica di sviluppo dell’identità partendo dai primissimi stati dello sviluppo infantile.

Il bambino non trova nelle figure di riferimento, il rispecchiamento dei suoi bisogni e desideri, per questo, cresce cercando l’accettazione attraverso l’assecondare i loro bisogni e desideri. Questo diviene, l’unico modo sperimentato dal bambino per assicurarsi la vicinanza e l’affetto delle figure significative.

Ciò, ovviamente, accade perché queste vivono a loro volta, una evidente difficoltà psicologica e non riescono, in nessun modo, a fornire contenimento e convalida ai suoi stati emotivi.

Tale modalità continua ad essere applicata in seguito nella vita, fondando così, il proprio senso di identità nell’accondiscendere alle richieste altrui.

Sia da bambini che da adulti, chi impronta il proprio senso di identità su un Falso Sé, vive con la sensazione di essere intrappolato all’interno di una gabbia senza una via d’uscita. Si sente vulnerabile ai giudizi e ai desideri degli altri e non riesce ad esprimere la propria personalità.

Nel Falso Sé propriamente descritto da Winnicott non c’è una semplice acquiescenza al volere altrui, ma ci si identifica con tale volere senza essere più in grado di contattare una dimensione autonoma, libera e autentica di volontà e di desiderio.

 

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